Cencelli, il “ragioniere” della politica


Massimiliano Cencelli (1936 – 2026), scomparso nel pomeriggio di sabato 8 agosto a Roma all’età di 90 anni, è stato un simbolo della cosiddetta “prima Repubblica” e anche dopo quella fase storica il suo nome è rimasto tra i più citati nel linguaggio politico-giornalistico. Il “Manuale Cencelli”, di cui è stato l’ideatore, è stato – e di fatto lo è  ancora – come il “vocabolario Rocci” o il “vocabolario Castiglioni-Mariotti” per gli studenti liceali alle prese con le traduzioni dal greco e dal latino: non se ne poteva fare a meno per trovare la quadra ad ogni formazione di un nuovo governo. Solo che Cencelli non si è mai occupato di lemmi, etimologie o altri aspetti lessicali, bensì di numeri e calcoli percentuali. Più che di un manuale vero e proprio, Cencelli è stato l’autore di una formula matematica, una sorta di algoritmo da intendersi nell’eccezione più remota, quando i calcoli si facevano a mano o con la calcolatrice meccanica.

L’idea escogitata da Cencelli, all’epoca trentenne funzionario nella sede nazionale delle Democrazia cristiana, fu un vero e proprio “uovo di Colombo”, una soluzione ingegnosa, quanto semplice e di immediata applicazione per risolvere un problema che all’epoca esisteva all’interno del maggiore partito italiano: quello di dare adeguata rappresentanza a tutte le “anime” (correnti) che si riconoscevano nello “scudocrociato”. Quello che sarà chiamato “Manuale Cencelli” prese vita in occasione del congresso DC di Milano nel 1967, in cui si formò ufficialmente la corrente dei “Tavianei” (chiamata anche dei “Pontieri”), capeggiata dall’onorevole Paolo Emilio Taviani. Il parlamentare ligure si lamentava di una scarsa rappresentanza del suo gruppo in seno al direttivo e Cencelli, all’epoca segretario dell’onorevole Alfonso Sarti, un fedelissimo di Taviani, gli disse: “Senta onorevole, il partito è come una società per azioni: noi ne rappresentiamo il dieci per cento, di conseguenza abbiano diritto ad una quota identica nell’esecutivo”. Taviani spinse Cencelli a fare i conti e da allora in poi il metodo Cencelli determinò il numero dei componenti di ogni corrente e sottocorrente Dc nel consiglio nazionale del partito. Ben presto il “Manuale” trovò applicazione in tutti i contesti politici per ripartire non solo cariche di governo, ma anche nomine di funzionari speciali, presidenti, amministratori e consiglieri di enti o società partecipate, sia statali, sia a livello locale. Un metodo “spartitorio” da molti (a voce) criticato, ma ancora oggi di fatto tenuto in vita per mettere tutti d’accordo all’interno delle coalizioni, da quelle governative fino alle giunte comunali. Alcuni anni fa in un’intervista Cencelli tenne a fare un distinguo tra le applicazioni del suo metodo nella “prima Repubblica” e le “spartizioni” nei tempi recenti: i posti stabiliti dal “calcolo Cencelli” – disse – un tempo venivano ricoperti da dirigenti politici di solida formazione e di prima grandezza, nonché da persone che avevano un significativo riferimento nella società, mentre in seguito i curricula politici e professionali dei prescelti hanno avuto sempre più uno scarsissimo peso, finendo per premiare incompetenza e povertà culturale.

Laureato in legge, “romano de Roma”, figlio di un autista del Vaticano, Massimiliano Cencelli nel periodo in cui diede vita al suo “metodo matematico” trascorreva le ferie estive a Caldarola, nella casa di famiglia di sua moglie. Aveva, infatti, sposato una delle figlie del falegname Otello Lucentini, emigrato molti anni prima nelle Capitale. Alla fine degli anni Sessanta era ancora un “anonimo” funzionario di partito, conosciuto solo da chi frequentava a Roma “Piazza del Gesù”, ma per la DC caldarolese era un “anello” importante con le alte sfere del partito e alle elezioni amministrative del 7 giugno 1970 fu candidato – poi eletto – a consigliere comunale di Caldarola. Cencelli aveva nella parentela di sua moglie a Caldarola un esponente locale del Pci, Fedro Buscalferri, all’epoca impiegato comunale, ma ciò non ostacolò la sua elezione a sindaco nella prima seduta del neo eletto consiglio comunale. Dieci mesi più tardi, però, non riuscendo a conciliare la necessaria presenza a Caldarola con il suo lavoro di funzionario della sede nazionale del partito, Cencelli si dimise. 

Egli non dimenticò mai Caldarola e rivestendo un ruolo sempre più importante nel maggiore partito politico del tempo non fece mancare all’amministrazione comunale qualche importante aiuto, sia negli anni in cui gli successe come primo cittadino il democristiano Nicola Fabbroni, sia quando la fascia di sindaco fu indossata dal suo parente comunista Fedro Buscalferri. 

Pur non essendo mai stato eletto deputato o senatore, Massimiliano Cencelli rimase sempre “di casa” a Montecitorio e a Palazzo Madama. Proprio in Senato concluse la sua carriera alla fine degli anni Novanta come segretario del presidente Nicola Mancino. Al piano superiore del suo ufficio a Palazzo Giustiniani (pertinenza del Senato) c’era lo studio del Presidente emerito della Repubblica Francesco Cossiga, suo grande estimatore, che in un’intervista rilasciata nel 1998 a Luca Telese, per il supplemento del Corriere della sera “Sette”, definì Massimiliano Cencelli “Maestro di politica e di vita”.

© Alessandro Feliziani / Orizzonti della Marca

Articolo pubblicato sul settimanale ORIZZONTI della MARCA sabato 29 agosto 2026


Commenti

Post più popolari