“L’Italia che conosco”. De Rita e Grasso esplorano la crisi del ceto medio

 


Mirko Grasso, storico e saggista, insegnante di italiano e latino e maceratese d’azione, autore due anni fa di una premiata monografia su Giacomo Matteotti, è presente da alcuni giorni sugli scaffali delle librerie con “L’Italia che conosco. Raccontare il Paese, il ceto medio e la sua crisi”, un saggio scritto insieme al presidente del Censis Giuseppe De Rita, pubblicato dall’editore Carocci. Un libro che, come indica il sottotitolo, racconta la società italiana degli ultimi cinquant’anni in cui il “ceto medio” è stato indiscusso protagonista. In un centinaio di pagine vengono esaminate le dinamiche che hanno portato all’ascesa del ceto medio, poi alla sua affermazione e alla crisi di questi anni, analizzandone le cause e cercando di individuare i possibili rimedi.

Professor Grasso, in questo libro si combinano storia e sociologia.

Ogni periodo storico è caratterizzato dalle dinamiche sociali del suo tempo. In questo caso la caratterizzazione sociologica è marcatamente presente perché si parla di un fenomeno sviluppatosi dopo il “boom economico” del secondo dopoguerra

Come è nato questo libro?

Quasi per caso. Io e Giuseppe De Rita siamo soci della Fondazione Rossi-Salvemini di Firenze e circa un anno fa, tra una conversazione e l’altra, lui mi raccontò di quando l’avvocato Agnelli gli chiese: “Ma quanti sono gli italiani del ceto medio?” e lui rispose: “Guardi sono tutti, tranne lei e qualche disperato”. Quell’aneddoto mi ispirò a chiedere a De Rita di poter approfondire insieme l’argomento e da una serie di nostri incontri nella sede del Censis è nato questo saggio uscito a metà marzo. 

Quindi il ceto medio siamo tutti noi?

Quasi. A partire dagli anni Settanta, con la fine della mezzadria, l’industrializzazione, lo sviluppo della piccola impresa e soprattutto della classe impiegatizia, il ceto medio ha conquistato una posizione sociale forte, valutabile tra l’ottanta e il novanta per cento della popolazione. Esso è tuttora presente, ma vive una crisi profonda.

Qual è stata la matrice comune del ceto medio?

L’aspirazione di crescita sociale, la propensione al risparmio, il desiderio di far studiare i figli affinché potessero ottenere un lavoro migliore rispetto a quello dei genitori, vivere in una casa di proprietà, poi magari poterne acquistarne una seconda per le vacanze.

Oggi tutto questo non c’è più?

Oggi il ceto medio è arroccato sul presente e cerca di mettere al sicuro quanto già ha. Non vede più la possibilità di crescita e ciò, alimentando anche un sottile scontento, ha fatto sì che perdesse il fervore che lo contraddistingueva.

Le cause?

La crisi economica del 2009, da cui di fatto non siamo mai usciti, ha compromesso la capacità di consumo. Questo ha portato ad un senso di smarrimento generale, accresciuto da una crescente sfiducia nella politica che spiega anche l’ascesa del populismo. Il crescente astensionismo elettorale è maturato in grande parte all’interno del ceto medio che non si identifica in alcun partito.

È disorientato dalla politica?

Potere politico e corpo sociale hanno smesso di comunicare tra loro e le istituzioni sono spesso incapaci di svolgere quel ruolo di “cerniera” che per decenni ha dato un senso al vivere collettivo. È saltata la mediazione politica.

Perché?

È venuta meno la capacità di mediazione e il ruolo dei corpi intermedi che caratterizzavano le modalità decisionali dei partiti radicati nel territorio. Prendiamo ad esempio il caso di Macerata, dove tra un paio di mesi si dovrà eleggere il sindaco. Il centrosinistra ha evitato le “primarie”, scegliendo il candidato nel chiuso delle stanze dei leader locali e il centrodestra ha lasciato la scelta alla leadership nazionale. C’è un “verticalizzazione” della politica che, qui come altrove, non pratica più la mediazione che per lungo tempo nei processi decisionali aveva dato forza alle istanze del ceto medio. 

Come uscire da questo impasse?

Occorre che la politica riprenda in mano quella progettualità in grado di disegnare un futuro e che i partiti, appiattiti ormai anche loro nel “fare opinione”, riflettano su quali strategie attivare per tornare ad essere motori di propulsione sociale se vogliono ridare al ceto medio quel “coraggio” avuto in passato e riportarlo alle urne. 

© Alessandro Feliziani / QN Il Resto del Carlino

(Intervista pubblicata martedì 17 marzo 2026 sul quotidiano Il Resto del Carlino, edizione Macerata, pagina 24)


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