Ricordi di un viaggio nella Marca dell’800

R. M. Borraccini e G. Mariani (a cura di), Cesare Campori. Ricordi di un viaggio a Macerata nel 1853, Eum. Macerata 2025, pp. 220, Euro16.



L’industria turistica italiana deve molto alla letteratura di viaggio. Un genere di racconto iniziato più di tre secoli fa ad opera di viaggiatori eruditi ed aristocratici, che diedero vita al fenomeno del “Gran Tour”, poi incrementatosi nell’Ottocento e inizi del Novecento fino a far entrare nel lessico ancora in uso la definizione dell’Italia come il “Bel Paese”, citazione tratta da un verso della Commedia dantesca, poi codificata nel gergo turistico dall’abate Antonio Stoppani con il titolo di in un suo famoso libro del 1873.

A differenza dei viaggi dell’attuale turismo di massa, spesso racchiusi in un’infinità di foto che restano soprattutto nella memoria digitale di un telefonino, i viaggi dei gran “turisti” di un tempo davano vita a ricordi condivisi, finendo per trasformarsi in opere letterarie o più semplicemente nella pubblicazione di minuziosi diari di viaggio. Un esempio di ciò è il racconto del viaggio a Macerata e dintorni compiuto nel 1853 dallo storico, bibliofilo e collezionista emiliano Cesare Campori (Modena 1814Milano 1880) il cui testo, rimasto inedito per oltre centosettant’anni, è stato ora pubblicato dalla casa editrice Eum (Edizioni Università di Macerata) a cura della professoressa Rosa Marisa Borraccini (già ordinaria  di Scienze del libro e delle biblioteche) e del ricercatore di storia sociale Giacomo Mariani, cui si deve l’individuazione del manoscritto originale presente nel fondo della famiglia Campori conservato nella Biblioteca Estense Universitaria di Modena.

Il libro, introdotto da notizie sulla famiglia dei marchesi Campori, riporta l’edizione integrale del testo “nel pieno rispetto – scrivono i due curatori – delle intenzioni dell’Autore, fornendolo di note esplicative e di suggerimenti bibliografici, a vantaggio della sua corretta contestualizzazione e della migliore comprensione da parte del lettore”

Il principale motivo che indusse l’aristocratico modenese a raggiungere Macerata fu quello di far visita alla famiglia della moglie, la maceratese Adele Ricci (Macerata 1830 – Firenze 1878). Secondogenita del marchese Domenico Ricci (Macerata 1796 – 1868), Adele era rimasta orfana della mamma in tenerissima età e, dopo essere stata accudita negli anni dell’infanzia dal padre e dalla nonna, al raggiungimento dell’età adolescenziale entrò nel collegio femminile di Fognano, nei pressi di Faenza. All’età di vent’anni andò in sposa al marchese Cesare Campori. Il matrimonio fu celebrato nell’agosto 1850 e la marchesina Adele, ormai stabilitasi a Modena, fece ritorno a Macerata solo tre anni dopo le nozze, in occasione del viaggio dell’estate 1853 compiuto insieme al marito e al figlio Pietro di appena otto mesi. 

Attraverso il matrimonio di Adele Ricci, Cesare Campori, “appassionato sostenitore della causa risorgimentale e intimamente nemico delle ingerenze asburgiche in Italia”, ebbe – per lui fu sicuramente un onore – la possibilità, due anni dopo le nozze, di allacciare un legame familiare con Massimo D’Azeglio. Nel 1852, infatti, Alessandrina Tapanelli d’Azeglio, figlia dell’allora presidente del Consiglio dei ministri del Regno di Sardegna, nonché nipote per parte di madre di Alessandro Manzoni, andò in sposa al fratello di Adele, il marchese Matteo Ricci (Macerata 1826 – 1896). Questo spiega perché proprio in quell’anno Cesare Campori, nel pubblicare i ricordi di un viaggio da lui compiuto in Europa nel 1844 dedicò l’opera a Massimo d’Azeglio.

Il diario del viaggio e del lungo soggiorno tra Macerata (la villa di campagna della famiglia Ricci in località Boschetto, nei pressi di Sforzacosta) e Civitanova (nella villa dello zio di Adele, Giacomo Ricci) inizia con la partenza da Modena il 28 giugno e si conclude con il rientro dei Campori nella loro città emiliana nel successivo mese di ottobre. Durante la villeggiatura, sia a Macerata, sia a Civitanova, Cesare Campori compie continue escursioni, visitando tutti i principali centri, da Senigallia a Fermo. Spesso va da solo, altre volte in compagna del suocero Domenico o del cognato Matteo. Ovunque vada Campori cita famosi personaggi legati alle località visitate e non mancano elogi al territorio.  “Bellissima – scrive Campori – è infatti la parte specialmente più presso al mare. Io antepongo la Marca alla Toscana per riguardo appunto al mare, che in Toscana non cresce bellezza al paese assai monotono e triste in riva ad esso, mentre amenissime sono le coste marchigiane, piene di città e di castelli, verdeggianti di boschi e di messi, con solerte coltura ne’ colli e ne’ monti pur anche”. 

Campori esprime anche proprie riflessioni sulle criticità e tra queste l’urgenza di potenziare le vie di comunicazione. “La Marca – egli scrive – posta nel mezzo degli Stati romani e perciò a più giornate di distanza da Bologna e da Roma, è più ch’altro paese in necessità di una strada ferrata che l’unisca ai punti estremi dello Stato”.  Di ogni città annota la presenza o meno di biblioteche e librerie (“A Civitanova non è libreria pubblica, non asili d’infanzia; e una numerosa ragazzaglia piangolante e chiassosa cresce su per le vie, senza che alcuno pensi toglierla all’ignoranza e al sudiciume”). Si sofferma spesso sulla vita dei contadini, sui loro usi e costumi, nonché su alcune espressioni dialettali: “… parlano tutti a parola finita, ma talvolta con desinenze alla latina o in modo lor proprio …. Chi può sapere che per “frico” e “ciucchetto” intendono il fanciullo? “fantella” usano per fanciulla, …. . Non adoperano mai il singolare nei verbi e diranno “questa tavola son quadra” e simili. Ritrassero probabilmente dal latino l’“agghio” (habeo) in luogo di “ho”, il “facete”, “dicete” (facitis, dicitis), il “sacio” (scio) in luogo di “so”; e dal napoletano l’articolo “lo” invece “d’il”: lo pane, lo signore etc. Sogliono dire che la tal cosa “non sta” in quel luogo invece di “non è”, “fugghiare” per “fuggire” ed altri idiotismi che non tolgono però ad essi il vanto di parlare assai meglio dei contadini della bassa Italia. Nota poi che nella Marca essi non trattano nessuno in “Signoria”, ma più razionalmente danno del “voi” a chisivoglia.”

Questo curato da Borraccini e Mariani è un libro da leggere per la sua duplice preziosità: da un lato il ricordo vivido dell’autore del “diario” ci “fotografa” la realtà di questo territorio a metà dell’Ottocento, dall’altro l’opera certosina compiuta dai due curatori, che con ben 499 note a piè di pagina forniscono notizie e curiosità su eventi e personaggi, il tutto accompagnato da una ricchissima bibliografia. 

© Alessandro Feliziani / Orizzonti della Marca

Nella foto: la copertina del volume tra i due ritratti di Adele Ricci e Cesare Campori

(Articolo pubblicato sul settimanale ORIZZONTI della MARCA n. 45 di sabato 29 novembre 2025)

 

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