Vincenzo Cento (1888 - 1945) e gli Stati Uniti d’Europa


L’Unione Europea sta vivendo uno dei momenti più difficile della sua storia. L’invasione dell’Ucraina e poi la tragedia di Gaza hanno accentuato e reso manifesta la debolezza politica dell’Europa, nonché l’incapacità dell’Unione di parlare con una sola voce in materia di sicurezza, difesa e politica estera.

Resta storicamente famosa la frase attribuita negli anni Settanta ad Henry Kissinger, che mentre ricopriva l’incarico di Segretario di Stato degli Stati Uniti d’America sotto la presidenza Nixon avrebbe detto: “Chi devo chiamare se voglio parlare con l’Europa?”. Una domanda che per mezzo secolo è rimasta senza risposta. Lo stesso concetto l’ha riproposto in modo inequivocabile Donald Trump quando lo scorso mese di agosto, nel tentare di coinvolgere l’Europa in una mediazione tra Russia e Ucraina, ha dovuto riunire alla Casa Bianca, oltre alla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ben cinque capi di Stato o di governo di altrettanti paesi dell’Unione, ognuno portatore di una propria posizione sul tema.

Nata con finalità essenzialmente economiche, l’Unione Europea è sostanzialmente rimasta sempre la stessa. Nonostante i passi compiuti nel corso dei decenni, l’agognato soggetto politico identificabile con il nome spesso ricordato di “Stati Uniti d’Europa” è rimasto quel ideale teorizzato da illustri personaggi politici e intellettuali del passato. Tra questi ultimi anche il dimenticato pedagogista, filosofo e scrittore marchigiano Vincenzo Cento (1888 – 1945) il cui sentito “europeismo” resta condensato in un suo saggio, intitolato appunto “Gli Stati Uniti d’Europa”, pubblicato nel 1926 e ristampato alcuni anni fa su impulso del Comune di Pollenza dall’editore maceratese Quodlibet in una edizione curata da Paola Persano, con prefazione di Roberto Baratta.

Vincenzo Cento nasce a Pollenza il 25 gennaio 1888. Il padre Evaristo, muratore, ha già un altro figlio Ferdinando (1883 – 1973), che seguirà la carriera ecclesiastica diventando nel 1922 vescovo di Acireale, poi nunzio apostolico in Venezuela, Perù, Belgio e Portogallo, fino ad essere elevato cardinale da Papa Giovanni XXII. Vincenzo invece si dedica agli studi umanistici e poi all’insegnamento, sempre con una parallela attività pubblicistica. Nel 1911 fonda a Macerata i Circoli Popolari Educativi e insieme al suo coetaneo maceratese Arturo Mugnoz, dà vita alla rivista “L’Energia”, stampata per qualche tempo a Macerata. In quegli stessi anni pubblica articoli e brevi saggi su “Rassegna Nazionale” di Firenze e allo scoppio della Prima Guerra mondiale pubblica sulla rivista Bilychnis un articolo dal titolo “Il Cristianesimo e la guerra”. Sulla stessa rivista pubblicherà in seguito “Il clericalismo assoluto”, “Religione e morale nel pensiero di Giovanni Gentile”, “L’ideale cristiano nel pensiero di Giacomo Leopardi”, “Il conflitto scientifico nella Chiesa cattolica” e per la Rivista di filosofia, due brevi saggi, “Linee di una teoria generale dei rapporti tra Stato e Chiesa” e “Appunti di critica gentiliana”.

Alla fine del conflitto mondiale assume la docenza di pedagogia e filosofia all’Istituto Magistrale di San Ginesio, incarico che lascerà volontariamente all’inizio del ventennio fascista. Assertore di un’azione pedagogica rispettosa dell’autodeterminazione dei giovani, Cento si trasferisce a Milano per fondare la “Libera Accademia di Cultura ed Arte”, una sorta di libera università del tutto autonoma sul piano didattico ed autosufficiente sul piano finanziario e amministrativo. 

Nel 1924 partecipa e vince il primo premio italiano nel concorso per la pace indetto dalla Società delle Nazioni in Usa, Italia, Francia, Germania e Inghilterra sul tema “Come ristabilire la prosperità e la sicurezza in ciascuno dei detti paesi e in Europa, mediante la collaborazione internazionale”. Nel suo componimento Vincenzo Cento idealizza una “organizzazione federalista europea” sul piano politico, economico e culturale, tema che egli svilupperà successivamente in “Gli Stati Uniti d’Europa”, saggio del 1926 che fa del suo autore un precursore dell’europeismo.

Nel 1924 Cento scrive un altro dei suoi saggi più famosi “Io e me – Alla ricerca di Cristo”, stampato a Torino da Pietro Goberti, che invita l’autore a collaborare alla rivista Rivoluzione liberale. Cento collabora anche al settimanale Il Caffè, fondato da Riccardo Bauer e Ferruccio Parri, con il quale intrattiene un lungo rapporto di amicizia, militando poi insieme nel Partito d’Azione. 

Nonostante la sua avversione al fascismo – nel 1925 aveva aderito al “Manifesto degli intellettuali antifascisti” promosso da Benedetto Croce – Cento non ebbe noie con il regime per quanto riguardava la sua Accademia milenese, che proseguì l’attività fino all’agosto del 1943, quando la sede fu colpita irreparabilmente durante uno dei disastrosi bombardamenti su Milano.

Rientrato a Pollenza, Vincenzo Cento collaborò con le formazioni partigiane e alla Liberazione del maceratese (30 giugno – 1 luglio 1944) il CNL lo nominò sindaco del suo paese, nonché componente del Comitato di Liberazione della Provincia di Macerata in rappresentanza del Partito d’Azione.

Dopo il 25 aprile 1945, intenzionato ad impegnarsi attivamente nella politica nazionale, Vincenzo Cento si stabilì a Roma, convinto di poter collaborare con il suo vecchio amico Ferruccio Parri, che era stato appena nominato presidente del Consiglio dei Ministri. Ciò non avvenne e – come ebbe a ricordare nel 1988 il professor Cesare Froldi nel corso di una cerimonia pubblica a Pollenza per il centenario della nascita di Vincenzo Cento – il mancato coinvolgimento nella vita politica romana fu probabilmente per lui motivo di grande delusione e forte turbamento. Sta di fatto che all’alba del 21 novembre 1945 (quest’anno ricorre l’ottantesimo anniversario), tre giorni prima delle dimissioni del Governo Parri, con un gesto inconsulto Vincenzo Cento mise fine alla propria vita. Non fu mai trovato un suo scritto che potesse offrire una spiegazione di quel tragico volo dalla finestra della casa romana dove abitava. Tuttavia proprio le modalità delle morte hanno sicuramente avuto un gran peso sull’oblio in cui è caduta nei decenni successivi la figura e l’opera di Vincenzo Cento, al quale non può essere negato di essere stato in Italia l’anticipatore di quella idea di Europa, “quale concreto organismo di discordi interessi, armonizzati in vista di un superiore interesse comune”. Un concetto chiave sempre dichiarato, ma mai completamente attuato.

Nel 2026, ricorrendo i cento anni della prima pubblicazione del saggio di Vincenzo Cento, “Gli Stati Uniti d’Europa”, è auspicabile che avvenga una riscoperta non solo di quel testo ancora oggi fondamentale per l’idea dell’unità europea, ma dell’intera opera del pedagogista, filosofo e scrittore pollentino.

© Alessandro Feliziani / Orizzonti della Marca

Nella foto, la famiglia Cento nel 1922 (nel cerchio Vincenzo Cento).

(Articolo pubblicato sul settimanale ORIZZONTI della MARCA sabato 1 novembre 2025)


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