La velocità che ci opprime.

     Foto: Ivo Pannaggi, "Il ratto d'Europa", 1965 (Musei civici Macerata)

“Tempi moderni” (“Modern Times”), famoso film interpretato, scritto, diretto e prodotto nel 1936 da Charlie Chaplin, inserito dall'American Film Institute nella lista dei migliori cento film del secolo scorso, è il documento che interpreta meglio gli effetti che l’accelerazione dei tempi di lavoro e di routine quotidiana provoca sulla qualità della vita. Il povero Charlot, protagonista del film, è vittima dei gesti ripetitivi, dei ritmi disumani e spersonalizzanti imposti dalla catena di montaggio. Chaplin prende ovviamente in considerazione il solo lavoro manuale direttamente interessato dall’evoluzione assunta in quegli anni dalla tecnologia meccanica e lo pone in relazione ai tempi di lavorazione imposti dalla produzione industriale. A distanza di tanti anni quel film può essere ancora attuale, con una piccola accortezza da parte dello spettatore. Quella di vedere allusivamente il protagonista di “Tempi moderni” come l’interprete dell’attuale era del cyberspazio, artefice e contemporaneamente vittima del complesso delle informazioni che circolano attraverso le grandi reti informatiche, fruitore e destinatario dei sistemi di comunicazione digitale, le vere “macchine” che oggi dettano i ritmi non più solamente del lavoro manuale, ma soprattutto dell’attività dei manager e di ognuno di noi, senza più distinzione tra orario lavorativo e tempo libero, momenti di relazione e vita privata.

Una volta per costruire un palazzo, una chiesa, un ponte si potevano impiegare anni, a volte decenni. Questi erano anche i tempi per un artista che realizzava un monumento, scolpiva una statua, dipingeva un affresco o una grande tela. Anche gli scrittori non avevano fretta per completare i loro romanzi. 
Nella nostra società postmoderna, invece, siamo presi dal culto della velocità. Ritmi sempre più incalzanti che rendono tutto sempre più veloce. Lo scrittore Milan Kundera ha scritto che “la velocità è la forma di estasi di cui la rivoluzione tecnica ha fatto regalo all’uomo”.

Il culto delle velocità

I primi ad esaltare il culto della velocità furono, ormai un secolo fa, proprio gli artisti. Il “Manifesto del Futurismo”, pubblicato il 20 febbraio 1909 sulla prima pagina del quotidiano francese Le Figaro, segna in un certo senso lo spartiacque tra i pionierismo dell’era industriale e la modernità. Filippo Tommaso Marinetti, padre riconosciuto del Futurismo, scriveva sul Manifesto del movimento: “Noi affermiamo che la magnificenza del mondo si è arricchita di una bellezza nuova; la bellezza della velocità”.
Susanna Muston, studiosa di estetica e profonda conoscitrice del Futurismo, sottolinea in un suo scritto come agli inizi del XX secolo, radio, telefono, automobili, piroscafi, aeroplani, ascensori, treni, luce elettrica abbiano cambiato il mondo e come queste novità tecniche abbiano comportato in quegli anni un cambiamento radicale anche nella percezione dello spazio e del tempo e nell’organizzazione della vita di tutti i giorni.
Questo non significa che in precedenza la storia dell’uomo non abbia conosciuto progressivamente nuove conquiste e conoscenze. Anzi, ogni avanzamento sociale ed economico si è fondato proprio su determinate innovazioni. La differenza tra il passato e i giorni nostri sta nei tempi, o meglio nei ritmi di tali innovazioni. Per secoli si è assistito a “un’accumulazione progressiva e lineare del sapere, che veniva custodito secondo le disponibilità tecniche dell’epoca, per essere trasmesso alle generazioni successive”. Nella realtà dei giorni nostri, invece, “la vita accelera fino a far quasi sparire il tempo”, come ha scritto Mark C. Taylor, professore della Columbia University, in un suo recente articolo sul Chronicle of Higher Educational dal significativo titolo “Speed kills”. Per il filosofo statunitense, “presto” è sempre troppo tardi, perché per rispettare i ritmi che la società ci impone  bisogna fare tutto adesso, immediatamente. 
“La velocità – scrive Taylor – è diventata la misura del successo: processori più veloci, reti più veloci, computer più veloci, connessioni più veloci, notizie più veloci, comunicazioni più veloci, transazioni più veloci, scambi più veloci, consegne più veloci, menti più veloci”. Siamo ossessionati dalla velocità.
Questa oppressione dovuta alla velocità dei ritmi di vita e di lavoro (non c’è più distinzione tra i diversi momenti della giornata) ha origine in tempo ormai remoti e – all’epoca – non sospetti: il passaggio dalle tecnologie meccaniche a quelle elettroniche.

Annullati spazi e tempi

La prima grande accelerazione a tali processi è stata impressa dalle reti di telecomunicazioni. I primi cavi suboceanici posti della seconda metà dell’Ottocento aprirono all’epoca come uno straordinario salto verso il futuro.
Ma il vero salto di qualità fu reso possibile grazie a Guglielmo Marconi, che nel 1901, per la prima volta, fece attraversare l’Atlantico ad un segnale in onde radio lanciato dalla Cornovaglia e ricevuto nell’Isola di Terranova. Erano nate le moderne comunicazioni. Invenzioni come il telefono e il telegrafo e in seguito la radio, la televisione, il cellulare e internet hanno progressivamente liberato le comunicazioni dalla dipendenza dai mezzi di trasporto e annullato distanze di spazio e di tempo.
La velocità di trasmissione delle comunicazioni è aumentata vertiginosamente e ha coinvolto tutti. “Ci affanniamo per cercare di tenere il passo – dice Mark C. Taylor –  ma restiamo sempre più indietro. Più andiamo veloci, meno tempo abbiamo. La vita accelera, lo stress aumenta”.
Il paradosso, ricorda Taylor, è che proprio “le tecnologie che avrebbero dovuto liberarci e farci guadagnare tempo, in realtà, ci rendono schiavi, perché le innovazioni nel campo dei media e delle telecomunicazioni sono particolarmente invasive ed erodono i confini fra lo spazio pubblico e quello privato, fra il lavoro e la vita domestica. Quando si è collegati 24 ore su 24, sette giorni a settimana ogni giorno dell'anno, si è sempre reperibili e non si può mai fare una pausa”.
Grazie alle nuove tecnologie satellitari e digitali, sono ormai cadute le vecchie barriere spazio-temporali: tutta va più in fretta. Non c’è settore delle attività e non c’è momento della vita quotidiana in cui la velocità degli accadimenti, delle informazioni e delle cose da fare non ci sovrasti.

I ritmi del successo

In un suo saggio, dal titolo “Speed Limits: where time went and why we have so little left”,  Mark C. Taylor sostiene che da un punto di vista psicologico, la velocità crea un'ansia pervasiva e che i media elettronici a loro volta creano dipendenza. Inoltre, quella che lui chiama “cultura del network” avrebbe frammentato la società poiché la personalizzazione delle informazioni ha intrappolato le persone in comparti che impediscono loro di entrare in contatto con chi non ha gli stessi interessi. Le email, gli sms e i social media hanno trasformato in modo deleterio le comunicazioni interpersonali.
Il culto della velocità ha portato a ribaltare il parametro di misurazione dello stato sociale in relazioni ai tempi di lavoro. “In passato – ricorda Taylor – lo stato sociale di una persona era misurato da quanto poco tempo lavorasse, oggi invece è misurato in ragione del maggior tempo lavorativo. Se una persona non è impegnata per tutto il tempo, gli altri sono portati a pensare che non sia né importante, né indispensabile”.
Le nuove generazioni già si sviluppano con questi parametri d’iperattività. Molti genitori programmano, infatti, la vita dei loro figli in funzione del successo abituandoli ai loro stessi ritmi, “ma la vera conoscenza non si può programmare, e la creatività – scrive il filosofo americano – non si può affrettare: va coltivata lentamente e pazientemente. Come molti scienziati, scrittori e artistici ripetono da tempo, le idee più creative spesso vengono nei momenti di ozio”.

(Questo articolo è stato scritto per Espresso Ideas by Simonelli Group, pubblicato sul n. 17-18, novembre 2016)

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